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L’Intercity delle 23,05 era solo con prenotazione. Erano le 22,03 e dovevo essere in stazione entro le 22,45 per riuscire a prendere quel maledetto treno regionale. Mi sedetti e abbracciai la mia valigia. Dento c’erano le 12 tavolette di cioccolata di Modica per Giorgina, nei gusti di timo, finocchietto e sale di Mothia. Me ne aveva parlato in sala insegnanti delle cioccolata di Modica, mi aveva chiesto di portargliene una tavoletta, che tutti nella sua famiglia amavano la cioccolata di Modica.

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E quindi avevo  comprato quella bella scatola in cartone avana naturale, decorata con uno spartito con le note di natale e chiusa con un nastro di raso rosso.

La voce metallica di un altoparlante recitava i nomi delle fermate: Emilia Ponente, Ponte Vecchio, Saragozza. Alle 22, 40 la navetta doveva percorrere ancora tutta la via Indipendenza. Dai finestrini appannati guardai la neve che cadeva dalla notte prima, e  aveva coperto di bianco la strada. Stava a mucchi sotto i marciapiedi.

Arrivai alla stazione alle 22,45: troppo tardi per prendere il treno regionale. Accompagnai la tessera magnetica dentro la fessura della biglietteria automatica e attesi. Dopo qualche secondo sullo schermo apparve una scritta in rosso: non c’era posto, tutto prenotato. Strinsi le labbra per la rabbia. Rifeci l’operazione, sperando in un errore del sistema, ma sullo schermo apparve la stessa frase. Mi voltai da tutte le parti per cercare un uomo con la divisa da ferroviere. Da quando avevano messe quelle maledette biglietterie automatiche le stazioni erano diventate un posto infernale. Mi buttai su un sedile e mi sentii solo e abbandonato in quella grande stazione, così lontano da casa.

Il vento gelido non dava scampo. Mi toccai la testa in un punto preciso, dove sembrava si fosse conficcato un chiodo. Il sottopassaggio della stazione, solitamente pieno, era deserto e dai distributori delle bibite usciva una luce fredda.

Il capotreno non mi avrebbe fatto salire senza biglietto. Ne ero certo, la gente aveva paura ed era diventata troppo attenta alla sicurezza e alla osservazione delle leggi. Anche io, del resto, ero del tutto cambiato e avevo seppellito il mio carattere gentile sotto una montagna di pessimismo. Non avevo più quella generosità che aveva contrassegnato la mia giovinezza e non credevo più alla bontà degli altri.

Camminavo lesto in direzione del binario, mentre calcolavo quanto avrei dovuto spendere in albergo e pressappoco quanto avrei potuto dormire per potere prendere il treno dell’indomani mattina.

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Mi feci avanti, con la valigia in mano, per cercare un bigliettaio ed ebbi la sorte di incontrarne uno, ma così coperto dalla visiera e dal bavero alzato che non riuscivo a vederne la faccia. Mi avvicinai risoluto ed esposi il mio caso. Avevo fatto un lungo viaggio, la mattina successiva dovevo essere al lavoro alle otto. Aspettai qualche secondo la risposta dell’uomo che aveva gli occhi puntati a terra. Forse aveva vissuto tutto questo, non saprei, so solo che sollevò i suoi due bellissimi occhioni neri e disse: “salga, presto”. Per un attimo potei vedere il suo volto: era rosso di freddo e aveva nei tratti qualcosa del bambino.

Feci il mio viaggio nell’ultima carrozza del lungo convoglio col cuore colmo di gratitudine. Non era vero che la bontà era sparita dalla terra, da qualche parte c’era ancora qualcuno capace di amare. Poi, pensai, di lì a pochi giorni sarebbe stato Natale e a quel pensiero mi sentii scaldare il cuore e avvertii la voglia di abbracciare qualcuno. Pensai a Giorgina, alla gioia che avrebbe avuto nel vedere la scatola Cioco-Collezione Natale Gold, racchiusa da un nastro di raso rosso.

basile-natale-web-11 Quando arrivai a destinazione, senza nemmeno avere pagato il biglietto, corsi lungo il marciapiede per cercare il bigliettaio con la faccia da bambino. Volevo pagare il biglietto, gli dissi. L’uomo mi guardò e sorrise, poi disse: “Signore, forse lei mi sta confondendo con qualcun altro”. Allora aprii la valigia e presi la confezione della cioccolata di Modica e gliela porsi. “Signore, le ripeto, io non la conosco. Vada a casa, qui è freddo.” “Si”, risposi con un filo di voce e me ne stetti lì, a guardare il convoglio che sfilava davanti agli occhi e spariva nella notte, lasciandosi dietro il silenzio bianco della neve.