Ti raccontiamo un mito che parte dalla lunga striscia di terra, tra il 10° parallelo N e il 10° parallelo S. Qualcuno ti dirà che le cose sono andate diversamente, e ci sarà ancora chi ti racconterà un’altra versione di questa vicenda. È così che accade ai miti, quando qualcuno vuole farne una storia. In quella striscia di terra, l’albero di cacao cresceva all’ombra delle palme e produceva un frutto a forma di cedro allungato. L’uomo che spaccò il frutto vi trovò dei semi immersi in una sostanza ricca di zuccheri, chiara e gelatinosa. Da quei semi a forma di mandorla, di colore bruno-violaceo, disposti in cinque file, ricavò la pasta di cacao. Fino a questo punto le versioni coincidono e non potrbbe essere altrimenti.

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Ma da lì in poi c’è chi parla degli antichi Toltechi, chi degli Incas. Essi conoscevano il cacao e ne facevano uso, dicono, ma i primi a intraprenderne la coltivazione con successo sarebbero stati i Maya, che dalle piantagioni dello Yucatan avrebbero sviluppato un fiorente commercio e, dirà ancora qualcun altro, usarono i semi come moneta negli scambi tra le tribù indigene.

Si narra che Cristoforo Colombo abbia scoperto il cacao nel 1502 e che sia stato lui a portare in Spagna i primi semi. Ma non pensare che i Maya o i Toltechi o gli spagnoli stessi mangiassero le barrette che conosci tu. Essi consumavano la cioccolata liquida. Fu Rudolf Lindt, uno svizzero di Berna, figlio di un farmacista, ad inventare quel procedimento chiamato concaggio, cioè la mescola degli ingredienti, a temperatura appena superiore al punto di fusione, che permette alle sostanze del cacao di mescolarsi in modo ottimale, eliminando la sensazione di ruvido che piace a noi. Il grande merito di Rudolf fu quello di aggiungere al cioccolato il burro di cacao, prodotto dalla pianta, che ha la proprietà di sciogliersi a 36 gradi, cioè alla temperatura della nostra bocca.

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L’idea di Lindt si diffuse in tutta Europa e arrivò ad Alicante, dove ancora oggi i Perez producono el chocolate a la piedra, la cui ricetta non prevede il concaggio e la cui lavorazione viene effettuata ad una temperatura che non fa sciogliere i cristalli di zucchero. Il risultato è un cioccolato dolceamaro e friabile, che Sciascia trovò di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto- sia pure il più celebrato- ne sia l’adulterazione, la corruzione…”

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Insomma, lo scarti, lo guardi, ne stacchi un ciok e lo trovi nero, ma come una notte piena di stelle, irregolare, come tutte le cose che si amano. L’annusi e ti lasci avvolgere. Lo gusti, senza masticarlo, oppure sì, lo mastichi ed eccolo, è lui che ti abbraccia. Tanti lo decretarono cibo degli dei, medicamento dell’anima, cura del corpo e musica dello spirito, medium, droga o spezia della vita. Questo concentrato di endorfina e di polifenoli, se gustato senza additivi, fa bene all’umore e, persino, migliora molte funzionalità del corpo. Questa è la nostra storia, ma qualcuno, bada bene, ti racconterà che non è così che sono andate le cose.

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